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Non si può parlare di funzionamento organizzativo prescindendo dal funzionamento biologico delle persone, il cui sistema nervoso attiva lo stato di apertura o chiusura nei confronti dei segnali che percepisce.
Gli assetti neuro-fisiologici hanno un impatto gigantesco sui comportamenti organizzativi, ma questo non significa che le organizzazioni siano condannate alla neuro-fragilità.
Si dice spesso che le organizzazioni sono fatte di persone. Molto più raramente si dice che le organizzazioni sono fatte di corpi. Eppure, le persone entrano nei luoghi di lavoro non solo con competenze e ruoli. Entrano con un corpo. Che è dotato di un sistema nervoso autonomo, che valuta continuamente i segnali di sicurezza o di minaccia.
E, in base a questi, attiva lo stato biologico di apertura che consente la connessione o la chiusura che porta alla difesa. In pratica, orienta il modo di reagire, relazionarsi, decidere. Prima ancora che si sviluppi un pensiero consapevole.
Possiamo parlare di funzionamento organizzativo prescindendo dal nostro funzionamento biologico? Possiamo prescindere dal prenderlo in considerazione quando parliamo del contesto di lavoro? No, non possiamo.
Il corpo conta.
Le aziende investono continuamente nelle riorganizzazioni, in strumenti e tecnologie, nel change management. Tutto giusto. Ma perché tanti problemi rimangono tali nonostante tutti questi sforzi? Ad esempio:
la persistenza dei silos e delle difficoltà a collaborare e a delegare, la resistenza al cambiamento, all’assunzione di responsabilità, all’innovazione ecc. La ragione è semplice. Negare che abbiamo anche un corpo – oltre a competenze, talenti, ambizioni – rende più difficile superare certi problemi organizzativi che nascono da auto e co-regolazione.
Articolo di Marina Capizzi pubblicato su Forme
