PRIMATE Newsletter – La leadership command-and-control è tornata di moda? Ed è mai stata una buona idea?

7 Ago, 2026

*L’immagine è “Ohhh… Alright…” di Roy Lichtenstein

In un contesto segnato da volatilità e incertezza, la figura del leader forte torna ciclicamente al centro della scena. Dai CEO “di guerra” agli stili direttivi nello sport e nelle organizzazioni, si diffonde l’idea che concentrare il potere decisionale sia non solo efficace, ma necessario per affrontare la complessità. La promessa è semplice: più controllo significa più chiarezza, più velocità, più direzione.

Questa narrazione, però, poggia su una tensione di fondo: ciò che appare rassicurante non coincide necessariamente con ciò che funziona davvero. La percezione di efficacia della leadership autoritaria si alimenta di casi visibili, amplificati da media e investitori, ma non riflette automaticamente un’evidenza sistemica. Distinguere tra ciò che sembra funzionare e ciò che funziona realmente diventa quindi cruciale.

La leadership command-and-control, in realtà, non è mai scomparsa. È sempre stata presente in contesti specifici: situazioni ad alta pressione, ambienti ad alto rischio, sistemi dove la coordinazione immediata è essenziale. In questi casi, la centralizzazione accelera le decisioni, riduce ambiguità e chiarisce le responsabilità. In condizioni critiche, questi vantaggi possono fare la differenza.

Accanto alla dimensione operativa, emerge una dinamica psicologica profonda: nei momenti di incertezza le persone cercano figure che incarnino stabilità e direzione. La preferenza per leader forti non nasce necessariamente da una valutazione razionale della loro efficacia, ma da un bisogno emotivo di ridurre ambiguità e ansia. La chiarezza offerta da decisioni nette diventa una forma di contenimento psicologico.

Questa dinamica è rafforzata da un meccanismo ricorrente: la tendenza a sovrastimare il ruolo del leader e sottovalutare quello dei sistemi collettivi. Il successo viene spesso attribuito a individui carismatici, mentre il contributo di processi, team e contesti resta meno visibile. Il risultato è una narrazione che semplifica la complessità e rafforza il mito del controllo individuale.

Quando si passa dalle narrazioni ai dati, però, il quadro cambia. Le evidenze mostrano che la leadership autoritaria tende a deteriorare il clima organizzativo, ridurre iniziativa e innovazione, e aumentare l’intenzione delle persone di lasciare l’organizzazione. I benefici in termini di performance risultano limitati a contesti specifici, di breve periodo e ad alta pressione.

Al contrario, emergono modelli che combinano apertura e responsabilità. La sicurezza psicologica, l’umiltà del leader e la distribuzione degli input favoriscono apprendimento e adattabilità. Ambienti in cui è possibile esprimere dissenso e contribuire alle decisioni generano maggiore qualità nelle scelte e una performance più sostenibile nel tempo.

Un punto cruciale riguarda una distinzione spesso trascurata: chi prende la decisione non è la stessa persona che contribuisce a prenderla. I leader più efficaci mantengono la responsabilità finale, ma ampliano il perimetro delle informazioni su cui basano le loro scelte. Non decentralizzano l’autorità, ma decentralizzano l’intelligenza.

Questa distinzione permette di superare una falsa alternativa: velocità e inclusione non sono in opposizione. È possibile essere rapidi e allo stesso tempo raccogliere prospettive diverse, evitando che la semplificazione eccessiva porti a errori strategici. La qualità della decisione dipende dall’accesso a informazioni rilevanti, non solo dalla rapidità con cui viene presa.

Il modello si chiarisce osservando quattro configurazioni possibili. La leadership command-and-control, basata su autorità centralizzata e processo non consultivo, offre chiarezza ma limita l’accesso alle informazioni. In contesti complessi, questo porta a bias e a una maggiore probabilità di errore.

Quando l’autorità resta centralizzata ma il processo diventa consultivo, emerge una configurazione diversa: una leadership capace di decidere ma aperta al contributo. Questo approccio consente di integrare competenze e prospettive diverse, aumentando la qualità delle decisioni senza perdere accountability.

All’estremo opposto, si trovano configurazioni meno efficaci. La distribuzione dell’autorità senza coordinamento genera disorganizzazione, mentre la partecipazione diffusa senza una guida chiara può rallentare i processi e creare inefficienze. La questione non è scegliere un modello unico, ma comprendere quando ciascun approccio è appropriato.

In questo scenario, emerge un principio chiave: l’efficacia della leadership dipende dalla capacità di adattamento al contesto. Non esiste uno stile universalmente valido. La rigidità, sia verso il controllo sia verso la partecipazione, limita la capacità di rispondere a situazioni diverse.

Le limitazioni della leadership command-and-control diventano particolarmente evidenti nei contesti complessi e ad alta intensità di conoscenza. Nessun individuo possiede tutte le informazioni necessarie per decidere da solo. La concentrazione del potere può quindi trasformarsi in un limite, riducendo la qualità del pensiero e aumentando il rischio di errore.

In un ambiente sempre più guidato da dati e IA, questo passaggio diventa ancora più rilevante. Il vantaggio competitivo non deriva più dal controllo delle informazioni, ma dalla capacità di integrarle. La leadership efficace non consiste nel fornire risposte, ma nel costruire sistemi che permettano di porre le domande giuste.

Il punto finale non riguarda il ritorno o meno della leadership autoritaria, ma la nostra tendenza a sovrastimarne l’efficacia. Nei momenti di incertezza, la semplicità e la chiarezza apparente diventano seducenti, anche quando non sono sostenute dai risultati.

In questo senso, la competenza chiave della leadership non è scegliere un modello, ma saper bilanciare controllo e apertura. Non si tratta di passare da un estremo all’altro, ma di sviluppare una capacità di calibrazione continua, adattando il proprio stile alle esigenze del contesto.

Alla base resta un principio invariato: guidare significa influenzare, non imporre. Nei sistemi complessi, l’impatto duraturo non nasce dall’autorità formale, ma dalla capacità di coinvolgere, persuadere e orientare le persone verso un obiettivo condiviso.

 

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