*L’immagine è “Blam” di Roy Lichtenstein
Molti leader si concentrano sulla gestione del cambiamento. Quelli che ottengono risultati si concentrano sulle persone che lo stanno vivendo.
Il caso CareRx mostra con chiarezza il rischio. In 20 mesi, l’azienda canadese di servizi farmaceutici ha triplicato il proprio business attraverso una serie di acquisizioni. Ogni realtà acquisita portava processi, sistemi e norme culturali diverse. Le persone avevano appena il tempo di adattarsi prima che arrivasse il cambiamento successivo.
Il risultato è stato un sovraccarico organizzativo. Team sotto lo stesso tetto non parlavano lo stesso linguaggio, cresceva la logica “noi contro loro”, il turnover aumentava e i reclami dei clienti si accumulavano. A un certo punto, davanti all’ennesimo cambiamento, alcune persone hanno risposto: “Lasciateci in pace. Abbiamo chiuso”.
Oggi molte organizzazioni stanno vivendo una pressione simile. Fusioni, ristrutturazioni, volatilità economica, instabilità geopolitica e IA stanno moltiplicando le trasformazioni. Le persone possono assorbire realisticamente uno o due grandi cambiamenti all’anno, mentre molti leader ne stanno pianificando tre o quattro entro il 2027.
Il punto non è rallentare tutto, ma guidare il cambiamento considerando come viene vissuto da chi deve realizzarlo. Tre discipline di leadership fanno la differenza.
- Rendere il dialogo non negoziabile
Nei momenti di trasformazione, il dialogo è spesso la prima cosa che viene sacrificata. Richiede tempo, energia e presenza. Per questo molti leader preparano un messaggio, lo inviano e vanno avanti.
Ma il cambiamento non è solo operativo: è anche emotivo. Le persone più vicine al lavoro vedono cosa funziona e cosa non funziona. Se non vengono coinvolte, smettono di parlare, e i leader perdono proprio le informazioni di cui avrebbero più bisogno.
Quando Samantha Stark è stata chiamata a rilanciare una business unit di una grande agenzia globale di marketing, ha scelto di partire dalle conversazioni. Ha incontrato le persone una a una, chiedendo passioni, progetti desiderati e ostacoli. Da quei dialoghi sono nate scelte concrete: un questionario per abbinare le persone ai progetti più coerenti con i loro interessi, un nuovo processo di pitch per integrare funzioni che lavoravano in silos, ruoli di “culture captain” e una ristrutturazione del senior leadership team.
Ascoltare prima di agire trasforma il feedback in input strategico. Ma il dialogo richiede anche chiusura del cerchio: non ogni proposta può essere accolta, ma ogni proposta merita una risposta. Il silenzio genera conclusioni autonome, spesso sotto forma di resistenza, disingaggio, burnout o fallimento.
- Allinearsi su una narrazione condivisa del cambiamento
Il dialogo funziona solo se i leader raccontano la stessa storia. Troppo spesso, invece, ogni leader comunica il cambiamento a modo proprio e le persone devono ricostruire da sole un messaggio frammentato.
Dopo l’acquisizione di Hilton da parte di Blackstone nel 2007, il nuovo leadership team ha ereditato un’azienda con oltre 20 miliardi di dollari di debito, una cultura gerarchica e silos tra brand e regioni. Prima di comunicare il cambiamento, il gruppo dirigente ha dovuto allinearsi sulla storia da raccontare. La visione è stata costruita attorno alle parole del fondatore Conrad Hilton: essere “luce e calore dell’ospitalità”. Quel messaggio è stato portato in talking point, video, poster e riunioni di team. Il cambiamento è diventato visibile anche nelle scelte simboliche e operative: il trasferimento della sede, programmi di immersione dei leader nei ruoli di front line, survey globali e nuove iniziative per le persone.
Prima di comunicare una trasformazione, i leader devono rispondere insieme a quattro domande: dove siamo stati, dove siamo oggi, dove stiamo andando e cosa serve per vincere. Quando questa narrazione manca, le persone riempiono i vuoti con confusione, scetticismo e disingaggio.
- Sequenziare il cambiamento tenendo conto della capacità delle persone
Molte organizzazioni non falliscono perché fanno troppo cambiamento. Falliscono perché fanno troppe cose nello stesso momento, senza disciplina.
I leader valutano ogni iniziativa separatamente e concludono che non possa aspettare. Le persone, però, non vivono i cambiamenti separatamente: li assorbono tutti insieme. Il risultato può assomigliare a stare sotto le cascate del Niagara: potente e stimolante, finché non si ha la sensazione di annegare.
In una grande azienda retail, un leader impegnato in una trasformazione profonda ha iniziato a celebrare la chiusura delle iniziative non più utili con “liberation parties”. Il messaggio era semplice: terminare un’iniziativa che non funziona non è fallimento, è parte dell’innovazione.
CareRx ha adottato una regola altrettanto chiara: nessun nuovo progetto doveva entrare in collisione con grandi iniziative già in corso. Il principio guida era permettere a ogni persona di tornare a casa in tempo per cenare con la propria famiglia. Sono stati introdotti huddle quotidiani di 15 minuti, cambiamenti strutturali e interventi di leadership per sostenere il nuovo sistema operativo. Turnover, valore azionario ed engagement sono migliorati.
Proteggere la capacità delle persone è importante quanto proteggere il business. Quando il cambiamento supera la capacità di assorbimento, è come perdere la connessione Wi-Fi: le competenze ci sono, ma nulla si collega.
La velocità del cambiamento non diminuirà. I leader possono però creare le condizioni perché le persone smettano di sentirsi travolte dal cambiamento e inizino a guidarlo.
Clicca qui per leggere l’articolo completo di David Grossman sulla MIT Sloan Management Review
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